0   /   100

Gittata utile in pesca

Gittata

Per chi si è imbattuto sulle pagine di questo sito web dedicate ai modelli di arbalétes che ho sviluppato non sarà una novità la dicitura “gittata utile in pesca”. Un termine che ho adottato ormai come parametro nelle schede tecniche dei miei arbalétes, nelle chiacchiere con gli amici pescatori e che merita uno spazio tra gli articoli di questa sezione, considerato che di primo acchito potrebbe sembrare ai più diffidenti un dato inserito nelle tabelle con leggerezza, giusto per dare un numero alle prestazioni dei singoli fusti.
E’ abitudine dei produttori di fucili subacquei proporre tra i dati prestazionali la gittata massima raggiungibile dall’asta.
Nella maggior parte dei casi, quando i dati sono più accurati, tali distanze vengono stabilite con tiri di prova su bersagli fissi. Il tester (spesso un “atleta sponsorizzato”) stabilisce la penetrazione minima accettabile della freccia nel bersaglio utilizzato ad una data distanza dalla punta del fucile per battezzare tale lunghezza come “gittata massima” dell’arma in questione.
Una valutazione che ritengo essere autoreferenziale e priva di affidabilità oggettiva, specie se trasmettiamo il dato “gittata massima” all’utilizzo effettivo in pesca del fucile.
La raccolta di questi dati in genere è un’esperienza del tutto empirica e priva di metodo, utile sicuramente a pubblicare un video a effetto su quanto più lontana arriva un’asta e quanto più affondo penetra in un bersaglio artificiale.
Per semplificare il mio ragionamento critico sulla gara a chi ha il tiro più lungo ho individuato due punti chiave.

La balistica dell’asta

L’analisi del moto della freccia dell’arbalète nei test di amatori, atleti e il grosso del panorama dei produttori è piuttosto grezza e affidata ad action cam convenzionali e metodi rudimentali.
120 frames/s sono davvero pochi per misurare e farsi un’idea di come procede un’asta nel suo moto e delle piccole influenti modificazioni che subisce dal momento in cui premiamo il grilletto al momento in cui si ferma dentro il bersaglio.
Lontani da misurazioni accurate con strumenti appropriati sostenuti dai giusti fondamenti di Fisica per analizzare la balistica dell’asta, ci si limita ad osservare l’esito di una serie di tiri.
Il punto è che il tiro di un fucile subacqueo è un fenomeno che non può essere apprezzato ad occhio nudo, sia per la velocità a cui avviene, sia per il condizionamento che subiamo nell’osservazione soggettiva di un fenomeno che solo apparentemente è di semplice e diretta comprensione.
A onor del vero si possono fare delle osservazioni empiriche leggermente più accurate e specifiche partendo dalla rosa dei centri sul bersaglio, utili a correggere l’equipaggiamento o l’assetto dell’arma.
Tuttavia preferisco dedicare un piccolo spazio a se a quest’argomento a mò di vademecum esperienziale per interpretare il tiro del proprio arbaléte.

 

Il materiale del bersaglio

Se i testers più puntigliosi eseguono tiri su bersagli di poliuretano espanso rigido di 5/6 cm di spessore, altri furbetti pensano di impressionare i pescasub (e incredibilmente ci riescono!) insagolando puntualmente a distanze considerevoli, come se fosse un’impresa, spessori di pochi millimetri di materiali plastici.
Sebbene sia facilmente intuibile chi delle due specie di “collaudatori” agisca in buona fede, è più che lecito osservare che in ogni caso rimane una pratica poco veritiera per comprendere il tiro durante l’azione di caccia sulla preda in carne ed ossa.
A cosa mi serve sapere che un fucile proietti la propria asta a X metri penetrando di X cm un dato spessore di un materiale che poco ha a che vedere con la reale consistenza di una preda!?
Il corpo dei pesci ossei cui diamo la caccia, offre una varietà di densità tali che il successo o meno di un tiro a segno a volte può dipendere da un range di pochi centimetri (a volte anche millimetri!): zone con scaglie meno spesse si alternato a parti ossee più superficiali e dure; aree più facili e sicure da bucare su cui capita che rimbalzi l’asta se si ha un’angolazione sfavorevole o semplicemente se l’impatto avviene durante la contrazione muscolare nello scatto del pesce.
Se si stenta a concepire questo ragionamento basti pensare a tutte le volte in cui si è osservati increduli l’asta del proprio fucile da schiuma impattare sul cefalo senza bucarlo o ai rimbalzi incredibili su pesci “morti” sparati frontalmente che scattano al momento del tiro.

 

Ad ogni fucile il suo bersaglio vivente

E’ alla luce di questi due macro ragionamenti, su cui ci si potrebbe dilungare parecchio, che ho iniziato a usare la dicitura “gittata utile in pesca”, riferibile a un dato modello di arbalète con un dato allestimento in base alle prede consuete per quel fusto.
Se devo fornire un dato sulle prestazioni di un arbalète destinato ad effettuare tiri sui pesci non posso dichiarare la gittata limite dell’asta su un pezzo di plastica (altra cosa sarebbe uno studio balistico scientifico vero e proprio) ma è necessario tararsi sui pesci veri.
Ecco allora che la gittata utile in pesca del Kestrel sarà di 4 m se riferita all’utilizzo a cui è destinato concettualmente, cioè l’agguato e l’aspetto in fondali medio-bassi su prede tutto sommato modeste, mentre la gittata utile in pesca di un LongWing è riferibile a prede ben diverse e situazioni più estreme!
In conclusione, può apparire forzato fissare in una parola e un numero questi concetti nella colonna di una tabella, ma ho ritenuto opportuno, piuttosto che indicare la distanza massima raggiungibile dalla freccia su un bersaglio inanimato, dare una indicazione diretta al pescatore curioso su che gittata ha ogni modello e allestimento in situazioni reali, sperimentate singolarmente dal sottoscritto.

Buon Mare!

Lascia un commento