Nel settembre del 1991, sulle Alpi, il ghiaccio restituì un uomo morto più di cinquemila anni prima. Lo chiameremo Ötzi, anche se naturalmente questo nome appartiene al nostro tempo. Il suo corpo, rimasto conservato per millenni, ci ha permesso di conoscere molto della sua vita, della sua salute e della sua alimentazione. Ma è soprattutto ciò che portava con sé a raccontarci qualcosa di sorprendentemente attuale.

Ötzi aveva un arco, frecce, un pugnale, un’ascia di rame, strumenti per lavorare la selce, contenitori, abiti realizzati con pelli, pellicce e fibre vegetali. Molti dei suoi strumenti mostrano segni di usura, riaffilatura, riparazione e riutilizzo. Non sappiamo se fosse capace di costruire personalmente ogni cosa che possedeva — e sarebbe sbagliato trasformarlo in una sorta di superuomo della sopravvivenza — ma sappiamo che possedeva una competenza fondamentale:
sapeva mantenere efficienti i propri strumenti e adattarli alle necessità della vita quotidiana. Ed è proprio questo il particolare che dovrebbe interessarci.
Perché, a cinquemila anni di distanza, la domanda che Ötzi ci pone non è tanto quanto fosse tecnologicamente avanzato.
È quanto sapesse ancora fare personalmente.
Quando saper fare era parte della vita
Per un uomo come Ötzi, la distanza tra sé e le cose era molto più breve di quella a cui siamo abituati.
Un coltello non era semplicemente un coltello.
Era una lama che poteva perdere il filo, rompersi, essere riaffilata e continuare a essere utilizzata.
Un abito non era semplicemente un indumento.
Era pelle, pelliccia, fibra, cuciture e lavoro. Se si rompeva, poteva essere riparato.
Un’asta non era un prodotto industriale sostituibile.
Era un oggetto che doveva essere mantenuto funzionante.
La materia non arrivava necessariamente nella forma finale in cui serviva.
Bisognava conoscerla, lavorarla, adattarla.
Questo non significa che ogni uomo dell’Età del Rame sapesse costruire tutto da solo. Esistevano già specializzazioni, scambi e reti di produzione. La stessa ascia di rame di Ötzi, il cui metallo proveniva da una zona dell’Italia settentrionale o centrale collegata a circuiti di scambio molto più ampi, ci ricorda che anche il suo mondo era fatto di relazioni e di competenze distribuite.
Ma molte delle competenze necessarie a utilizzare, mantenere e riparare gli oggetti facevano ancora parte della vita dell’individuo.
Cinquemila anni dopo
Immaginiamo ora il nostro rapporto con il mondo materiale.
Viviamo in una società nella quale, per la maggior parte del tempo, non abbiamo bisogno di sapere come nasce ciò che utilizziamo. Il cibo arriva sugli scaffali già prodotto e trasformato. Gli oggetti arrivano nelle nostre case già costruiti. Gli strumenti che utilizziamo sono il risultato finale di processi complessi, spesso distribuiti tra aziende, tecnici e specialisti che non incontreremo mai.
Se qualcosa si rompe, nella maggior parte dei casi non ci chiediamo più quale sia il modo migliore per riportarlo in vita. La domanda più naturale è spesso se valga la pena ripararlo oppure se sia più semplice sostituirlo.
Questo non è necessariamente un impoverimento, ma il risultato di una delle più grandi conquiste della civiltà: la specializzazione.
Abbiamo costruito un sistema nel quale non è necessario che ogni individuo sappia fare tutto, un sistema efficiente con qualche effetto collaterale.
Man mano che la società diventava più complessa, l’individuo ha potuto allontanarsi sempre di più dalla materia e dai processi necessari alla propria esistenza.
Non abbiamo necessariamente perso la tecnologia.
Abbiamo perso, in molti casi, la necessità personale di comprenderla e di saper intervenire su di essa.
E questa è una differenza enorme.
L’uomo moderno vive circondato da oggetti infinitamente più sofisticati di quelli di Ötzi, ma spesso non possiede nemmeno una piccola parte della competenza pratica necessaria per costruirli, mantenerli o ripararli.
Per Ötzi, nel suo mondo, la capacità di costruire e di mantenere in funzione ciò che possedeva poteva fare la differenza tra avere uno strumento utile e non averlo.
Noi, invece, possiamo permetterci di non sapere.
Ed è forse proprio questo il segno più evidente della distanza che abbiamo percorso.
Il ritorno della necessità: l’esempio della pesca subacquea
Esistono ancora persone che, pur vivendo completamente dentro la società moderna, scelgono volontariamente di mantenere un rapporto diretto con alcune delle attività fondamentali che hanno accompagnato la nostra specie per migliaia di anni.
Il pescatore subacqueo non è un uomo preistorico.
Indossa una muta moderna.
Utilizza materiali compositi.
Naviga con strumenti elettronici.
Utilizza acciaio, gomme, fibre, plastiche e tecnologie che Ötzi non avrebbe nemmeno potuto immaginare.
Eppure, sotto questa tecnologia, rimane qualcosa di estremamente antico.
La caccia.
Non come metafora.
Come rapporto diretto tra uomo, ambiente e preda.
Il pescatore entra in acqua.
Osserva, cerca, legge il comportamento degli animali e interpreta il fondale.
Conosce le stagioni, la luce, le correnti.
Impara a muoversi senza spaventare gli animali intorno a se.
Aspetta, sceglie il momento.
Colpisce, recupera e porta a casa un alimento che si è procurato personalmente.
In un mondo nel quale quasi tutto ciò che mangiamo arriva attraverso una lunga catena di produzione, trasformazione, trasporto e distribuzione, questa è una relazione sorprendentemente diretta con il cibo.
La caccia è soltanto una parte
La parte ancora più interessante, è quella che riguarda gli strumenti.
Perché il pescatore subacqueo moderno può costruire alcuni strumenti che utilizza o può comprare praticamente tutto.
Può comprare praticamente ogni componente della propria attrezzatura.
Esattamente come Ötzi, però, il punto è cosa sa fare l’utilizzatore degli strumenti.
E qui la pesca subacquea conserva una cultura particolare.
Il pescatore esperto conosce il proprio strumento.
Lo modifica, lo regola, lo consuma, lo ripara, lo adatta e migliora.
Una gomma può essere scelta e sostituita.
Un’ogiva può essere costruita.
Un’impiombatura può essere rifatta.
Un’asta può essere cambiata o adattata.
Un componente può essere sostituito prima che un problema diventi un pericolo.
Quando qualcosa si rompe, il pescatore esperto non vede semplicemente un oggetto guasto.
Vede un problema tecnico da risolvere.
Conoscere uno strumento attraverso le mani
C’è una forma di conoscenza che non si impara soltanto leggendo un manuale.
Si impara facendo.
È la conoscenza di chi ha smontato un oggetto.
Di chi lo ha rotto e poi riparato.
Di chi ha provato una configurazione e l’ha modificata.
Di chi ha costruito qualcosa che non funzionava e ha capito perché.
Di chi, dopo anni, riconosce un problema ancora prima che diventi evidente.
Il pescatore subacqueo finisce per conoscere il proprio arbalete, ad esempio, in questo modo.
È conoscenza incorporata nel gesto.
E forse è proprio questa una delle forme più antiche di conoscenza umana.
Prima ancora di essere scritta, la conoscenza è stata gesto.
Una mano che scheggia una pietra, che lega una fibra, che tende un arco, ripara una pelle, costruisce uno strumento.
Una mano che impara dalla materia.

Pesca subacquea, custodi di una competenza antica
Credo che il pescatore subacqueo possa essere considerato, almeno in parte, un moderno custode di alcune attività ataviche dell’essere umano.
Non perché sia più primitivo.
Non perché debba rinunciare alla tecnologia.
E nemmeno perché debba necessariamente costruirsi tutto da solo.
Ma perché conserva la possibilità di fare esperienza diretta di qualcosa che la società moderna ha quasi completamente delegato.
Procurarsi il proprio cibo.
Entrare nell’ambiente in cui quel cibo vive.
Interpretarlo.
Confrontarsi con un animale libero.
Utilizzare uno strumento per procurarselo e assumersi personalmente la responsabilità di quello strumento.
Questa relazione coinvolge contemporaneamente corpo, ambiente, tecnica, attenzione, esperienza e ingegno.
È difficile trovare molti altri momenti della vita contemporanea nei quali tutte queste cose siano ancora così strettamente unite.
Non dobbiamo tornare indietro
Naturalmente non abbiamo bisogno di diventare Ötzi.
La sua vita non era un paradiso di autosufficienza. Aveva problemi di salute, ferite, parassiti e difficoltà che noi oggi possiamo affrontare grazie a conoscenze mediche e tecnologiche straordinariamente superiori.
Non dobbiamo abbandonare l’industria o la medicina moderna.
Non dobbiamo costruirci da soli ogni oggetto che possediamo.
La specializzazione è una conquista, non un errore.
Il problema nasce soltanto quando la delega diventa incapacità assoluta di comprendere e intervenire.
Quando perdiamo completamente il rapporto tra la mano e la cosa che la mano utilizza.
Perché una civiltà può essere tecnologicamente avanzatissima e, allo stesso tempo, produrre individui sempre meno capaci di intervenire direttamente sul mondo materiale.
Siamo ancora quegli uomini
Sotto strati di tecnologia, specializzazione e comodità, siamo ancora gli stessi animali che hanno imparato a costruire strumenti, inseguire prede, leggere l’ambiente e risolvere problemi con le proprie mani.
Ötzi ci è arrivato dal ghiaccio con un piccolo insieme di oggetti consumati, utilizzati, riparati e adattati.
Il suo mondo era infinitamente più povero del nostro.
Eppure, guardando quelle cose, viene spontaneo chiedersi:
quanto del sapere necessario a vivere siamo ancora capaci di portare nelle nostre mani, anziché delegarlo completamente al mondo che ci circonda?
Forse non molto.
La pesca subacquea si conferma una delle poche attività moderne nelle quali un essere umano può ancora sperimentare, volontariamente e consapevolmente, una relazione diretta tra corpo, ambiente, preda e strumento.
Ogni volta che un pescatore subacqueo costruisce, modifica o ripara il proprio arbalete per tornare in mare, quella distanza si accorcia un poco.
E forse, in quel gesto apparentemente semplice, c’è qualcosa che vale la pena non dimenticare.